Questo antico racconto del 1200 ci parla di un gruppo di uccelli che partono alla ricerca del loro re, il Simorgh. È un viaggio iniziatico alla ricerca del proprio sé più profondo e autentico dove solo un piccolo gruppo sopravvive agli ostacoli, alle sette valli, e dopo anni arriva, rendendosi conto che “Il Simorgh non era altro che essi stessi ed essi stessi erano il Simorgh”.
Il viaggio impone di farsi leggeri, di spogliarsi dei fardelli inutili, delle attitudini esteriori, di tutto quello che alla narrazione non serve, e soprattutto dagli attaccamenti e dai narcisismi che inquinano il nostro teatro. Cosa è la nostra originalità? La nostra natura? Possiamo portare un’essenza della napoletanità o di un modo di danzare vicino al volo? Può il canto armonico del gruppo evocare uno stormo che cambia le traiettorie seguendo leggi invisibili?
Un lavoro dove il testo prima di parlare al pubblico parla ad ognuno dei personaggi, tutti racchiusi nella voce narrante dell’attrice che, col un minimo scenico e di costumi, passa da derviscio a principessa, da principessa ad uccello, con esattezza e agilità senza mai esagerare nell’artificio esteriore della caratterizzazione.
La semplicità e la ricerca di un livello intimo del teatro, unito alla musica, conduce con sè gli spettatori, rendendoli partecipi del viaggio.

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